Authorship di Google per un miglior posizionamento?

Oggi è uscita fuori una dichiarazione di Eric Schmidt che ha fatto sobbalzare il mondo dei SEO: sembra infatti che la authorship, ovvero il meccanismo che permette ad un autore di attribuirsi un contenuto originale (ad esempio un articolo) in modo univoco, possa favorire il posizionamento di quella stessa pagina.

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Ma come stanno realmente le cose? Anche il TagliaErbe ha dedicato spazio all’argomento per quanto, a mio avviso, privando i lettori di un necessario approccio critico alla questione: partiamo da una considerazione importante, ovvero chi abbia fatto questa affermazione e quali potrebbero essere, in potenziale, le motivazioni per cui lo ha fatto. Eric Schmidt è autore del libro “The New Digital Age“, nonchè ex Amministratore Delegato di Google ed ingegnere del software, nato il 27 aprile 1955: il suo ruolo attuale è quello di Presidente del Consiglio di Amministrazione dell’azienda di internet più celebre al mondo. La sua biografia ufficiale parla chiaro: Schmdt si è occupato della crescita di Google, di questioni di business e di policy. Non esattamente il Matt Cutts della situazione, per cui potrebbe aver affermato quanto ha fatto discutere finora (“Within search results, information tied to verified online profiles will be ranked higher than content without such verification, which will result in most users naturally clicking on the top (verified) results. The true cost of remaining anonymous, then, might be irrelevance“) semplicemente per incoraggiare gli utenti a fare uso della authorship. Un meccanismo che, ricordiamo, serve a fare in modo di fornire agli autori degli articoli sul web una tutela dai duplicati illeciti, limitando potenzialmente situazioni in cui un duplicato potrebbe posizionarsi prima di un originale per semplici questioni legate al PageRank. Ma questa è solo una parte del problema, sarebbe troppo banale ridurre tutta la questione in questi termini. Non c’è traccia, per il resto, di reali prove che possano dimostrare che firmare i propri articoli in questo modo possa fare in modo di garantire un miglior posizionamento, come affermato – secondo me con troppa sicurezza – da Schmidt stesso. Semplificazioni un po’ brutali come quelle proposte da TagliaBlog (cito: “anonimato = sparizione (sic) dai primi posti delle SERP”) – che ultimamente sembra amare l’approccio di questo tipo per farsi adorare dai vari no-brain sparsi per la rete – rischiano di farci perdere di vista l’obiettivo reale, che deve essere sempre quello di produrre siti di qualità e migliorarli giorno dopo giorno. La authorship è importante, ma non è  tutto – recentemente ho tracciato diversi link spam da parte di un profilo di Google Plus fake, tanto per dirne una – e, a mio avviso molto difficilmente, potrà diventare un criterio unico di valutazione della qualità dei contenuti all’interno delle SERP di Google.

Si tratta certamente un personaggio autorevole, intendiamoci, che ha detto qualcosa che non lascierà quasi nessuno indifferente senza contare che, a quanto risulta, pur avendo curato vari aspetti legati all’azienda Google non si è mai occupato di SEO o webspam (al massimo, a dirla tutta, di gangnam style). Semplice marketing aziendale o verità?

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